Pro memoria

Pro memoria

Si sente spesso dire che i non vedenti riescono con l’esercizio a raffinare gli altri sensi. Adesso alla Hebrew University in Israele hanno scoperto che la mancanza della vista fa sviluppare anche un’eccellente memoria. Secondo lo studio, infatti, le persone cieche hanno non solo una maggiore memoria, ma sono particolarmente brave nel ricordare lunghe sequenze di eventi. Un’ulteriore dimostrazione che con l’esercizio tutte le facoltà cognitive possono migliorare molto.

Un’indagine dell’Università di York in Inghilterra, effettuata su oltre 1 Smila pazienti, ha stabilito che le persone depresse hanno un livello più basso di una vitamina del gruppo B, detta acido folico. Questo non vuoi dire che poche vitamine siano la causa della depressione ne che l’assunzione di vitamina B sia in grado di curarla, ma è un indizio prezioso per la futura ricerca.
Ma non c’è bisogno di ingurgitare
pastiglie e polverine: questa vitamina si trova in tutte le verdure, l’alimento più sano e purtroppo il meno consumato.

A caro prezzo

Secondo uno studio dell’Istituto di economia sanitaria di Stoccolma le malatttie del cervello, dalle emicranie ali’ictus, dall’ Alzheimer al Parkinson, fanno spendere ogni anno al sistema sanitario europeo ben 386 miliardi di euro, circa il 35 per cento della spesa sanitaria globale. Un bel conto che potrebbe forse essere ridotto con una più capillare ed efficiente rete di prevenzione e di ricerca.

Zona d’ombra

Interrogativi sulla validità scientifica della dieta a zona. Più svantaggi che vantaggi.

Alcuni lettori mi hanno chiesto un parere sulla validità scientifica della
dieta a zona che negli ultimi anni ha conquistato non pochi seguaci anche nella culla della dieta mediterranea.
Nella dieta a zona che recupera
concetti già sostenuti dal dottor Atkins, ostinato pioniere delle diete iperproteiche, Barry Sears ha introdotto un pizzico di innovazione, riadattando quanto era già noto ai diabetologi sul concetto di “indice glicemico”: ovvero che, a parità di contenuto di carboidrati, alcuni cibi innalzano sia la glicemia post-prandiale sia la risposta insulinica del pancreas, più di quanto si verifica con altri alimenti e soprattutto con i carboidrati semplici
rispetto a quelli complessi.
Le maggiori Società scientifiche di nutrizione umana non hanno accet-
tato il raddoppio della quota proteica e tuttora dubitano dei presunti vantaggi della dieta a zona nei confronti di quella mediterranea. Sembra paradossale che in un’epoca di
gruppi di studio altamente specializzati un singolo studioso (tra l’altro non medico ma farmacologo) ritenga di poter sovvertire la percentuale di carboidrati e di proteine ritenuta ottimale dagli scienziati e dalle autorità sanitarie.

Inoltre qualsiasi dieta che aumenti la percentuale delle proteine finisce per alterare la percentuale di grassi o carboidrati quando l’OMS incoraggia il consumo dei carboidrati situandoli alla base della piramide alimentare e le raccomandazioni ufficiali concordano
nel penalizzare l’eccesso di grassi e di proteine animali.

Questo perché i carboidrati, una volta assorbiti, contribuiscono al
metabolismo senza
liberare residui tossici mentre le proteine, se in ec- cesso, comportano il problema dell’eliminazione dell’azoto. Perciò non
dovrebbero superare l’aliquota sufficiente alla “manutenzione” dei tessuti pregiati, per non sovraccaricare organi vitali (fegato, reni) a cui compete la
lavorazione e quindi l’allontanamento dell’eccesso di azoto proteico.

Il punto a favore della dieta a zona è che la riduzione dei carboidrati facilita, almeno inizialmente, la perdita di peso rispetto a una dieta ipocalorica tradizionale. Tuttavia recenti studi affermano che il dimagrimento medio, dopo sei mesi, non differisce da quello realizzato con l’abituale percentuale di carboidrati.

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